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La vitamina D, anche nota come colecalciferolo, è un vero faro nel mondo della salute. Conosciuta principalmente per il suo potere di migliorare l’assorbimento di calcio e altri nutrienti importanti, questa vitamina va ben oltre il mantenimento di ossa forti. Ha un ruolo cruciale anche per il cuore, l’equilibrio ormonale, il sistema immunitario e persino nello sviluppo dei neuroni.

Ma da qui nasce il grande dilemma: integrare o non integrare?

La fonte della vitamina D viene dal sole che trasforma il deidrocolesterolo in una forma prontamente disponibile, e dagli alimenti ricchi di questa vitamina come l’olio di fegato di merluzzo, il salmone, le aringhe, le sardine, le uova, i funghi, la soia e i suoi derivati, il caviale, i frutti di mare e la ricotta.

Negli ultimi decenni, la questione della supplementazione di vitamina D ha fatto molto discutere. Studi hanno collegato bassi livelli di calcidiolo (25(OH)D) nel sangue a una varietà di condizioni patologiche, come il diabete, il cancro, le malattie coronariche, le infezioni, e le malattie autoimmuni e respiratorie, portando alcune società scientifiche a rivedere e persino aumentare i livelli considerati “normali” di 25(OH)D.

Tuttavia, non tutti sono d’accordo.

La questione dei “livelli normali” di vitamina D rimane dibattuta. Alcuni suggeriscono di trattare tutti i soggetti con livelli di 25(OH)D sotto i 20 ng/ml, ma i valori tra 20 e 30 ng/ml sono ancora controversi. L’AIFA nel 2019 ha indicato valori desiderabili di 25(OH)D tra i 20 e i 40 ng/mL, definendo la carenza per valori inferiori a 20 ng/mL.

Ma perché questa questione è così complicata?

Misurare i livelli di 25(OH)D è semplice, ma non tiene conto delle differenze individuali nell’attivazione e risposta alla vitamina D, legate alla funzionalità degli enzimi coinvolti, alla capacità di trasporto nel plasma e all’attivazione del recettore VDR nucleare. Forse, invece di fissarsi sui livelli soglia, dovremmo concentrarci più sulla risposta personale all’ormone.